Gli ingredienti
della separazione
(e la regola dell'irriverenza)
Sono tre gli ingredienti che realizzano la separazione, prima, e il
divorzio, poi.
Egoismi, pochi grandi o tanti piccoli,
l'Incapacità, essenzialmente di mettersi in
discussione e di cambiare, e l'Incancrenimento che
deriva dal trascinarsi delle situazioni, rimandando sempre più in
là il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Questi principi attivi sono sostenuti in genere da un eccipiente:
la colpa. La colpevolizzazione del partner e di quelli che
gli stanno accanto, da un lato, e di sé stessi, dall'altro.
I tutto nasce da un presupposto, ovvero che la coppia, ancor prima
del matrimonio e della famiglia è un costrutto perverso e del tutto
innaturale che si basa necessariamente sulla follia. Difficile dire
se si tratti di una pazzia congenita, antropologica o
sociale.
Nei fatti, lo stesso genio della psicoterapia, Milton Erickson era
restio a cercare di ricongiungere le coppie a tutti i costi: il più
delle volte la soluzione migliore era proprio la separazione.
Perché si possa risolvere le situazioni e uscire dal tunnel della
separazione, in un modo o nell'altro, e ancor più quando si voglia
farlo con i ricongiungimento, sono necessari una grande volontà da
parte di entrambi e un forte spirito di sacrificio in genere da
parte di uno solo dei membri, ma, se si vuole che tenga, almeno con
il riconoscimento di questo dono da parte dell'altro.
Spesso si tende a pensare che uno sfregio simbolico, un gesto
imperdonabile, come si vede al cinema, possa essere la ragione
della separazione. Anche questa situazione, invece, appartiene ai
piccoli-grandi egoismi. È egoistico fare del male
all'altro per il proprio piacere del gesto o, come il più delle
volte capita, per il piacere sadico (che in questo caso andrebbe
letto comunque come una forma d'amore) o per provocare l'altro ad
agire nella direzione desiderata.
È però nello stesso modo egoistico non perdonare l'altro, quando
questo lo richieda, perché ognuno di noi è stato bene o male a sua
volta perdonato, anche se non per la stessa ragione(1)...
Non solo il desiderio erotico, ma anche lo spostamento su altre
soddisfazioni che nasce dalla perdita di interesse per le dinamiche
erotiche, o che dialetticamente la induce, genera sofferenze
simili. Tuttavia molti considerano questo proprio tradimento come
fisiologico ("il lavoro è un'altra cosa", "sei un immaturo" - come
se fosse una colpa!), mentre la reazione di chi vive la profonda
insoddisfazione dei propri istinti e desideri di complicità viene
vista come colpevole.
A questo punto subentra il secondo ingrediente: le
incapacità. Spesso, ancor prima che si generi la
dinamica dell'egoismo, si è incapaci di esprimere emozioni e incubi
che la società normativa non riconosce e che quindi la propria
ideologia personale non accetta. Un esempio per tutti, la gelosia.
È politicamente scorretto essere gelosi, anche quando esistano dei
fondamenti. Per questo non lo si riconosce e, se anche lo si
riconosce, ci si vergogna ad ammetterlo e a manifestarlo. Così si
tace e si protrae la situazione spiegando gli eventi che si
generano come del tutto incidentali ed indipendenti dai propri
incubi. Poi le cose avvengono e si fa finta di niente. Si cercano
soluzioni "civili", ma il dialogo interno prosegue nel rumine e,
mano a mano, si finisce per parlare sempre meno e, soprattutto, ci
si irrigidisce nelle proprie posizioni, rifiutando di mettersi in
discussione, ascoltando le ragioni dell'altro e mettendole in
relazione con le proprie per individuare le soluzioni più
adeguate.
Si arriva così alla terza fase, l'incancrenimento.
Non si discute più, si fa finta di non vedere, si procede guardando
al significato degli eventi chiusi nella propria logica, soli e
solipsistici. Le cose vanno sempre peggio e ogni giorno la sorgente
si inquina sempre di più. Si continua a bere acqua avvelenata fino
a che non si sta male. Tutti! E quindi viene la febbre, e si vomita
per espellere il veleno, e si provano le allucinazioni del delirio,
e si obbliga a bere da quella fonte tutti quelli che stanno
attorno, primi fra tutti i figli. Poi si scopre che solo all'idea
di arrivare a casa, di vedere quei volti, di sentire quelle parole,
si sta male. Si sta solo più male, senza bisogno di argomenti,
senza bisogno di parole.
A questo punto non c'è più nulla da fare.
Per potere sperare di salvare una coppia bisogna almeno intervenire
prima che la terza fase sia arrivata al termine per entrambi,
perché quando è così la terapia diventa solo più l'espressione
della speranza di una separazione indolore, l'implorante richiesta
di un'eutanasia della coppia, spesso espressa come ultimo desiderio
di riconciliazione.
Mi è capitato più volte di sentire un cliente che mi domandava "la
prego, la sola cosa che voglio con tutte le mie forze è tornare con
lei/lui". In quei casi in genere rispondo: "le speranze ci sono, ma
occorre accettare in ogni caso dei profondi cambiamenti e non
necessariamente nel senso desiderato". A questo punto non è raro
sentire un lungo silenzio: l'unico modo in cui si accetta di
cambiare è quello per cui le cose poi tornano ad essere com'erano
prima. Ma, si sa, questo non fa parte delle cose di questo
mondo.
Quando si scopre l'impraticabilità di questa soluzione e non la si
accetta la terapia di coppia si rivelerà del tutto inutile. Sono
questi i casi in cui si finisce per giudicare inutile la
psicoterapia.
Spesso le coppie in crisi cercano il guaritore non tradizionale,
come alla maggioranza di noi ancora appare lo psicoterapeuta, solo
in punto di morte. Quando si è in punto di morte. però, la sola
cosa che si può fare è ridurre il dolore e accompagnare il
trapasso.
Per finire, una formula per fare durare la coppia senza bisogno di
terapeuti consiste nell'esercizio costante dell'ironia.
Non del sarcasmo, ma di quella capacità di essere irriverenti nei
confronti propri e di quanto ci sta attorno, compreso il perbenismo
dell'educazione dei figli.
Un'irriverenza che si fonda sulla consapevolezza
che nulla è da prendere troppo sul serio, pur tuttavia
conservando la lealtà che si basa sull'amore e non sulla
costrizione, sulla comprensione e su quella libertà che ci si può
concedere quando si rispetta (con ironia) e soprattutto sia ama
davvero l'altro perché è un essere umano, più per i suoi difetti
che per le sue eccellenze.
Solo quando ci si troverà in difficoltà ad esercitare ancora questa
"leggerezza dell'essere" e dell'amare, potrà essere utile
discuterne insieme ed eventualmente, in seguito, con l'aiuto di
qualcuno che sappia comprendere, senza pregiudizi.