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Terapeuta, cliente e atteggiamenti

La difficoltà della scelta di un terapeuta (e potremmo dire anche di un cliente) viene spesso affrontata sulla base delle teorie a cui viene fatta risalire la sua tecnica. Questo atteggiamento è però generalmente fuorviante. Una teoria non rende atto del modo di lavorare di un terapeuta.
Soprattutto, il fattore più importante nella scelta del terapeuta è la sintonia con il cliente. Sintonia non significa affatto coincidenza di modalità, che spesso può entrare troppo in risonanza con il modo di affrontare i problemi, impedendo l'azione terapeutica. Vuol dire soltanto capacità di sviluppare una dialettica proficua fra il portatore di problemi e il consulente, portatore di aiuto.

Detto questo però resta difficile trovare dei criteri per individuare la lunghezza d'onda del cliente e soprattutto quella del terapeuta. Ci viene in aiuto un approccio derivato, non tanto dalle teorie cliniche, quanto da quelle letterarie. Questo perché, in fondo, la terapia è sempre la costruzione a due o più mani di una storia, la creazione di nessi, l'elaborazione di un romanzo relazionale.

In un lavoro del '57 (di recente pubblicato in Italia per Forum Edizioni) dal titolo Anatomia di un metodo critico, il critico letterario Northrop Frye distingue quattro atteggiamenti nei confronti della vita che caratterizzano altrettante posizioni morali e weltanschauung presenti nei vari autori che verosimilmente coincidono con altrettante rappresentazioni della propria storia personale. Gli atteggiamenti sono quello comico, romantico, tragico e ironico.
Di lì ad allargare il campo a quelle storie che fanno parte della terapia e a quegli imbastitori di senso che sono i terapeuti il passo è breve ed il primo a compierlo nel 76 fu Roy Schafer che in Linguaggio e insight (Astrolabio Ubaldini, 1979) estese queste categorie alla psicoterapia.

L'atteggiamento della commedia o "comico" sottende un obiettivo che coincide con il bene e la sofferenza o i problemi non sono altro che ostacoli nel percorso di conseguimento di quel fine. Il "comico" è un ottimista, un evangelista appassionato, crede nella salvezza e nel progresso costante e unidirezionale dell'umanità. Ritiene che il suo contributo principale, il suo dovere di missionario della salute sia quello di risolvere gli ostacoli, rimettere la persona sulla giusta via che coincide con i concetti di salute e normalità.

L'atteggiamento romantico corrisponde ad una visione "eroica" centrata su un Io forte: il soggetto è il centro totalizzante della narrazione, il mondo intero gira intorno a lui ed è la sua "unità" esistenziale che interpreta e da senso agli eventi. Il percorso in questo caso è quello di una ricerca gloriosa: la scoperta del piccolo o grande "Sacro Graal" del sé narrante. La piena realizzazione è il congiungimento con il senso del tempo o con l'Assoluto e dalla terapia si richiede e si deve concedere di essere "eroi per un'ora". L'esplorazione terapeutica in alcuni casi mira alla conquista di un soggetto nuovo, ma anche in questo caso, molte volte coincide con la riconquista della purezza primigeina in una concezione ciclica del tempo.

Entrambe queste visioni hanno come forte implicito il lavoro taumaturgico o curativo, il recupero dell'integrità e la restaurazione del benessere come condizione ideale e anche naturale, anche se nel primo caso risulta autoevidente che una certa condizione sia auspicabile, quella del bene e della normalità di natura, mentre nel secondo è lo spirito, l'ideale prometeico, l'hybris dell'uomo a prevalere e a plasmare il mondo: dal "natura-centrismo" al "cultura-centrismo".

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La prospettiva teleologica e l'idea di "salvezza" sono invece assenti nelle altre due visioni: quella tragica e quella ironica, caratterizzate da un atteggiamento più distante, fatalista, osservativo e indiziario. Sia per il personaggio tragico che per l'ironico esiste una certa accettazione dello statu quo e una ineluttabile fissità del destino. Tuttavia la prospettiva tragica comporta una certa compartecipazione nel dramma del protagonista, una intensa empatia emotiva e un'intimità del vissuto, laddove quella ironica tiene le distanze dal dramma

Nell'atteggiamento tragico la storia è già scritta nel fato ed il percorso terapeutico il più delle volte consiste nella consapevolezza e nella conseguente accettazione del proprio destino. In comune con la visione romantica vi è l'appropriazione della propria figura simbolica (Edipo è grande proprio nella grandezza del suo - seppur sventurato - destino), anche se rispetto a quello la prospettiva escatologica non è necessariamente eroica. La relazione e gli eventi rimangono eroici, empatici e poetici in quanto separati dall'orrore banale del quotidiano.

Il terapeuta ironico guarda all'altro con distante simpatia in quanto il suo operato mira a coinvolgere anche il protagonista in questo atteggiamento portandolo a guardare alla sua stessa vita e ai suoi problemi come se fossero un film, come una vicenda in cui non vale la pena di essere coinvolti emotivamente più di tanto. Il mondo e la vita è il regno del paradosso, dell'ambiguità, delle contraddizioni e la verità ultima è scritta forse in un koan zen, dove, come per quella disciplina, l'illuminazione culmina in un sorriso. Disincanto, relativismo e un certo scetticismo pieno di umana partecipazione alla condizione di "ironia della vita" e di rispetto dei valori dell'altro (non fosse altro che per la certezza che non ci sono valori assoluti) sono le caratteristiche quasi sempre presenti nell'atteggiamento ironico.

Probabilmente non esiste un solo tipo di atteggiamento terapeutico per ogni tipo di richiesta di aiuto. D'altro canto ben difficilmente si troverà un terapeuta che nel suo curriculum inserisca se il suo atteggiamento è comico, ironico, romantico o tragico, anche perché così facendo creerebbe più fraintendimenti che aiuti. Tuttavia il cliente potrà essere facilitato da una simile griglia per comprendere meglio con che tipo di clinico ha a che fare e potrà dare un significato più corretto alla relazione, come pure decidere se valga o meno la pena di continuare a lavorare con lui o cercare altrove. Meglio ancora, sarà il terapeuta a valutare se sarà o meno il caso di lavorare con un cliente che ha un atteggiamento di un certo tipo, oppure - se lo vorrà, se ne varrà la pena e se riterrà di essere in grado di farlo - di modificare il proprio atteggiamento in funzione di quello del cliente.